4.21.2017

Mia lettera su @ilfoglio_it su Armenia e dintorni

L'Ambasciatrice armena Victoria Bagdassarian ammonisce che "il negazionismo comporta la prosecuzione del crimine e un'alta possibilità di recidiva. Quanto più la Turchia si allontana dal percorso democratico tanto più le prospettivo del riconoscimento sono sfocate". Tutto vero e condivisibile. Tutto dibattuto tanto in Turchia quando altrove. 

Altrettanto purtroppo non si può dire dell'Armenia, che nel 2015 ha modificato la costituzionale dopo anni di semi-presidenzialismo giusto per consentire al presidente Sargsyan di ricandidarsi l'anno prossimo, che ancora la settimana scorsa violava, e per la centesima volta, la tregua armata coll'Azerbaijan al confine del Nagorno Karabakh. 

Mentre Cher, che con Aznavour e le sorelle Kardashian è la vera ambasciatrice armena dovunque, si lamentava cogli inglesi che non avevano riconosciuto il grande male inflitto dai turchi ai suoi avi, gli armeni andavano alle urne. Questioni di priorità comunicativa - ci mancherebbe! - dopotutto, cosa può importare al mondo se il 49% degli armeni vota, per l'ennesima volta,  per il Partito repubblicano, quasi il 28% per il blocco Tsarukyan, il 7.8% per lo Yelk, il 6.6% per la Federazione rivoluzionaria armena, mentre la proposta di pace coll'Azerbaijan non ha fatto rientrare in Parlamento l'ex presidente Ter-Petrosyan? Assolutamente niente, ma quando si parla di genocidio, dello "Metz Yeghern", l'indignazione regna universalmente sovrana. 

Sforzi anti-negazionisti di chi vive per ricordare i morti ma si dimentica dei vivi.

Quando sedevo in Senato nella scorsa legislatura, verso la fine di aprile venivo spesso "attenzionato" dalla comunità armena in Italia, poche anime ma sicuramente agguerriti alfieri della linea governativa (degli 11 milioni di armeni nel mondo solo tre vivono in Armenia, la maggioranza si divide tra Francia e USA, e decide l'elezione in alcuni collegi chiave). La scusa? Che ero amico della Turchia, ma, e forse ancor di più, perché ero amico della verità, quelle verità sull'Armenia che, in occasione della ricorrenza dei massacri del secolo scorso, cercavo di ricordare per non seppellire i problemi degli armeni sotto 100 anni di storia. 

Il 30% del Paese vive purtroppo al di sotto di standard economici europei, indiscusse restano l'occupazione militare di ampie aree d'un vicino stato sovrano, la creazione di uno staterello ribattezzato Artsakh, e la presenza di migliaia di militari russi accomodati in una base militare sovietica mai smantellata. I pressoché unici commerci internazionale sono con Mosca, recentemente anche attraverso aree del caucaso settentrionale occupate illegalmente e militarmente dalla Russia come l'Abkhazia, la subdola ingerenza della Chiesa ortodossa negli affari dello Stato (dopotutto l'Armenia fu il primo Stato al mondo a riconoscere quella cristiana come religione di Stato), l'amicizia strategica col vicino Iran e tanti altri problemi che caratterizzano il mondo d'oggi un po' dappertutto. 

Se un pianificato genocidio c'è stato ce lo stanno per dire, pare in via definitiva, gli storici, che "giovani turchi" non fosse il miglior nome per la corrente di un partito che si chiama democratico era piuttosto evidente, ma che suonasse come Hitler Jugend, francamente... Detto questo sepolti, pianti e rivendicati i milioni di morti negli eccidi del Novecento non dimentichiamoci di vivere nel presente.

3.26.2017

Drugs legal regulation fora 2017



FORUM OF AUTHORITIES ON LEGAL REGULATIONS.
The urgency to move ahead.
Thursday 16th March 2017, 2.20 – 3.10 p.m.
United Nations Offices in Vienna,
V.I.C., Building M0E
Conference Room M6.
http://legal-regulations.org/fora/2017/
Posted by Fany Bunny Bohemicus on Thursday, March 16, 2017

3.23.2017

mia lettera su Avvenire su la vera e più «radicale» battaglia contro lo Stato che dà la morte

Caro direttore, 

le chiedo ospitalità per rispondere a quanto scritto dall’amico Mario Marazziti il 12 marzo scorso circa una presunta «radicale contraddizione» relativa alle attività per la messa al bando mondiale del pentobarbital per preparare all’iniezione letale i condannati a morte negli Usa. A Mario, oltre all’amicizia personale, mi lega anche la comune militanza abolizionista che per anni, come dirigente di 'Nessuno Tocchi Caino' e del Partito Radicale, mi ha fatto girare l’Africa per promuovere una moratoria universale delle esecuzioni capitali per arrivare a una totale e definitiva abolizione della pena di morte. La campagna voleva, vuole, non solo garantire che i giustiziati non soffrano sulla sedia elettrica, ma vuole togliere allo Stato il potere di imporre la morte anche per i peggiori crimini contro l’umanità. 


Per quanto l’associazione radicale abolizionista tragga dalla Bibbia il suo nome, si tratta di una campagna per l’affermazione dei diritti umani storicamente acquisiti con lotte politiche e per il rispetto degli obblighi internazionali degli Stati membri dell’Onu derivanti dalla ratifica del Patto internazionale per i diritti civili e politici. Mi meraviglia, quindi, leggere l’imputazione di contraddizioni a chi, come i Radicali, da sempre promuove e protegge la libertà di scelta individuale in merito alla vita che, con le parole di Pier Giorgio Welby «non più degna d’essere vissuta, chiama una morte opportuna». Questo è quello che la civilissima Svizzera concede agli italiani che non possono veder le proprie volontà rispettate dalla loro giurisdizione nazionale, questo è quello che Marco Cappato fa nella speranza che dal corpo dei malati si possa arrivare al cuore della politica italiana per regolamentare una scelta individuale. 

Non si vuole infliggere la morte a un criminale né, tantomeno, si vogliono infliggere atroci sofferenze a chi ha deciso di concludere la propria esperienza umana. Il problema non è l’uso di una stessa sostanza – tra l’altro né Cappato né l’Associazione Luca Coscioni «incoraggiano l’acquisto online» di Nembutal – il problema è negare l’autodeterminazione individuale. Anzi… Se invece si insinua che il pentobarbital, o i suoi eredi, non sedino profondamente, occorrerebbero studi farmacologici e non basarsi su testimonianze oculari di presunte smorfie. Mi sembrava d’aver capito che non si dovesse legiferare sulla base di clamori, ma nell’interesse generale acquisiti pareri ed evidenze scientifiche. 

Marco Perduca
Membro di Giunta dell’Associazione Luca Coscioni e Coordinatore della campagna 'Legalizziamo!'

Ho letto con interesse, gentile dottor Perduca, la sua replica alla documentata e incalzante riflessione (https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/suicidio-assistito-e-pena-di-morte-la-contraddizione-del-pentobarbital) di Mario Marazziti, già vicepresidente della Coalizione mondiale contro la pena di morte e oggi parlamentare, che avevamo ospitato il 12 marzo scorso. Può forse immaginare quanto poco mi appassionino sottigliezze (pur non irrilevanti…) sulla qualità della morte alla quale il pentobarbital conduce, e sa invece quanto mi interessino norme e progetti normativi che consentono di porre termine a un’esistenza umana attraverso la cosiddetta eutanasia, termine sotto al quale si ricomprendono molti e definitivi gesti tragici: dal suicidio assistito all’omicidio del consenziente (o presunto tale). Abbiamo scritto e documentato molto a questo proposito, e anche io personalmente l’ho fatto. Qui perciò mi limiterò a due considerazioni, non nuove eppure, a mio parere, mai abbastanza ripetute. La prima annotazione riguarda le regole attraverso le quali la «civilissima Svizzera» permette le cliniche della morte a comando e a pagamento. Non voglio giudicare il grado di civiltà di nessun Paese, ma in Svizzera l’eutanasia, la morte procurata, è ancora e sempre illegale. Eppure si fa. Il sistema che consente di 'far suicidare' chi lo vuole (e ha i soldi necessari) si basa sul fatto che le strutture dove questo accade sono ufficialmente Onlus, cioè enti senza fini di lucro, che perciò ricevono quattrini (tanti), ma mai in forma di corrispettivo per il 'servizio' svolto. Perché la legge svizzera, come abbiamo spiegato più volte e da ultimo grazie alla brillante sintesi del giurista Giuseppe Anzani (https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/la-morte-spacciata) permette di assistere un aspirante suicida, purché non sia per «fini egoistici». Se una legge simile ci fosse in Italia, si parlerebbe non di altissima civiltà, ma di sotterfugio da azzeccagarbugli cinici e affaristi… La seconda considerazione è riferita alla sua volontà, dottor Perduca, di continuare nella battaglia civile per «togliere allo Stato il potere di imporre la morte». Come sa la condividiamo in molti, e sempre di più. Solo, non se ne abbia a male, che in questa battaglia per la vita e la giustizia, quelli che la pensano come Mario Marazziti e come me sono ben più radicali di lei: perché tutti noi, credenti e non credenti, non riconosciamo allo Stato alcun potere non solo di imporre (o far imporre), ma anche di dare (o far dare) la morte mettendo la maschera vera o posticcia della pietà e dell’«autodeterminazione» dell’individuo a questo inammissibile e in sé crudele esercizio. Lo Stato non può e non deve essere 'padrone' cioè, in tutto e per tutto, occhiuto regolatore - della vita e della morte dei cittadini (ci sono cose, speranze e disperanze, nelle nostre esistente nelle quali nessuna pubblica potestà deve metter naso, bocca e mano). Lo Stato - o, se preferisce, la comunità civile organizzata deve essere, invece, custode e garante della vita personale e associata nonché dei liberi e intangibili spazi di coscienza di ogni cittadino, che per questo è tale e non suddito. La vita è il bene che ci è dato in dote e in pegno, ed è affidata alla nostra libertà che non è solo autodeterminazione, ma è anche (e in modo decisivo) relazione. E con tutto il rispetto per Giorgio Welby, e la sua drammatica lotta col male, continuo a imparare che l’unica morte «opportuna» è quella che non sciupa neanche una stilla di umanità.

6.28.2016

Tempi di #Brexit, mia lettera su @ilfoglio_it con risposta di @claudiocerasa

Al direttore - Veloce o lento che sia, io lo preferirei piuttosto lento, il distacco tra Regno Unito e Unione europea dovrebbe esser gestito per far conoscere la complessità delle implicazioni politiche, economiche, finanziarie e culturali che in effetti esso rappresenta. 

Non si tratta di invocare la "trasparenza" dei processi decisionali - qui l'unica cosa trasparente è la totale inadeguatezza delle classi dirigenti europee a governare i fenomeni contemporanei - si tratta piuttosto di far emergere, punto per punto, quel che significa aver abbandonato un'unione politica nata per promuovere pace, democrazia e libertà e che - con tutti i suoi difetti spesso ingigantiti - resta l'unica potenzialità di progetto politico-istituzionale con prospettiva e visione capaci di promuovere stato di diritto e prosperità per tutti. I negoziati sulla secessione dovrebbero naturalmente esser affrontati a reti unificate e in tutte le lingue ufficiali dell'Ue. 

Se la separazione verrà trasformata da un esercizio burocratico a uno pienamente pedagogico, si riusciranno ad aiutare i britannici a capire cosa hanno fatto e altri europei a non farlo - e magari gli scozzesi a vietarlo sonoramente! Scopo ulteriore, se non principe, di questo sforzo di educazione civica sarebbe quello di invitare i vertici dell'Unione a trarne le debite conseguenze e: farsi un esame di coscienza politica e riformare in primis se stessi, o farsi da parte.
Marco Perduca

Giusta l'educazione civica. Ma per rispetto degli elettori inglesi, il Regno Unito deve essere accompagnato all'uscita il prima possibile dall'Unione europea. Sarà traumatico per tutti - d'altronde, come diceva Churchill, la democrazia funziona davvero quando a decidere siamo in due, e l`altro è malato - ma sarebbe più traumatico dare la sensazione che gli elettori possono decidere in libertà quello che vogliono, tanto poi qualcuno ci mette una pezza.



6.04.2016

Mia lettera sulle "droghe" su @ilfoglio_it con risposta di @claudiocerasa

Stimolato da una riflessione di Luca Bizzarri pubblicata da il Foglio il 3 giugno, ho scritto la lettera qui sotto che, mi par d'intravedere dalla risposta del direttore Claudio Cerasa, abbia aperto un pertugio. Avanti!
  
Al direttore - Che siano cattive o diano dipendenza, le "droghe" sono una questione di libertà. E, proprio come dappertutto e in qualsiasi ambito, quando si nega la libertà vince il male. Quello vero. Viva quindi la libertà di scelta e di poter decidere in scienza, coscienza e conoscenza. Cordialmente. 

La tesi "lo fanno tutti, tanto non ci puoi fare niente, rassegnati" non è una tesi che mi convince. Ci sono anche buone motivazioni sulla legalizzazione delle droghe leggere ma quello che faccio fatica a credere è che una volta legalizzate le cannette sia possibile impedire la legalizzazione di tutto il resto. Resto della mia idea: meglio un syrah.

5.20.2016

Pannella not lost in translation (copyright @marcovaleriolp) mio ricordo su @ilfoglio_it

In un caldo dicembre cambogiano di otto anni fa, con Marco Pannella fummo bloccati al gate del volo per Saigon della Vietnam Airlines, il ministero degli interni vietnamita riteneva che due elementi notoriamente contro-rivoluzionari come noi sarebbero stati ad alto rischio attacchi da parte del popolo. 
Per quanto con visto sul passaporto di servizio, ci attendeva per il 24 dicembre il presidente dell'assemblea nazionale ad Hanoi, non ci fu consentito l'imbarco e a niente valsero le rimostranze di Pannella - forse per l'unica volta in vita sua.  In realtà dovevamo andare a visitare il venerabile Thich Quang Do da anni ai domiciliari nella sua pagoda a Ho Chi Min City perché leader fuori legge della lotta buddista Nonviolenta per un Vietnam democratico.

Negli  anni m'è capitato di accompagnare Marco Pannella in missioni in Europa, Asia e Africa e, dovunque e con chiunque fossimo, era come se stessimo in una riunione di quelle nella "saletta" - la "situation room" del Partito Radicale - dove anche l'ultimo arrivato aveva la possibilità di dir la sua e trovare in Pannella un orecchio attento. Pannella parlava con tutti e, forse ancor di più, ascoltava tutti e riusciva a cogliere uno sprazzo, spesso critico, anche nell'ultimo arrivato. L'unica differenza è il tutto avveniva in lingue che Pannella non parlava. 
Che fossero le udienze col Dalai Lama, o le tre ore col premier cambogiano Hun Sen, ‎per arrivare alle decine di militanti dei diritti umani che negli anni si son iscritti al Partito Radicale, tibetani, ceceni, uyguri, montagnards, hmong, khmer krom, sind, baluci, assiri, haredin fino a meno estravaganti kosovari o qualche Lord britannico, mi son trovato a tradurre pannella in inglese - una volta per due ore dal francese col direttore dell'Open Society Institute Aryeh Neier. 
Difficile per alcuni da seguire in italiano, Pannella, quasi miracolosamente, era traducibilissimo nella lingua di Shakespeare. Bastava solo seguirlo attentissimamente, con la stessa attenzione che occorreva quando dettava lettere o comunicati stampa. Di aneddoti da raccontare ce ne sarebbero - ce ne saranno - a migliaia, ma ai suoi interlocutori Pannella non pareva un estravante eccentrico, la sua fama lo precedeva a Washington come a Nouakchott a Parigi come a Niamey a Londra come a Tirana. 
Ed era, resterà, la fama di qualcuno che viveva di e per la politica, spesso nutrendosi di null'altro che non fosse la speranza che rappresentata. 
Tradurre la speranza è stato per me un onore più ancora che un onere. 

5.10.2016

Solidarietà a #StefanoDionisi trattato come fosse el Chapo!

"Neanche fosse il capo di un cartello di narco-trafficanti internazionali, il 10 maggio l'attore Stefano Dionisi è stato arrestato a Roma con l'accusa di detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio. Pare che i carabinieri stessero pedinando il pericoloso criminale da diverso tempo e che già il 7 maggio scorso lo avessero fermato per accertamenti. 

Al fermo è seguita una perquisizione nell'abitazione dove sarebbero state trovate "alcune piante di marijuana e diversi grammi della stessa sostanza stupefacente già pronti per l'utilizzo". Processato per direttissima, Dionisi è stato condannato a quattro mesi perché il giudice non ha creduto che la detenzione fosse per motivi personali.

La vicenda di Stefano Dionisi, a cui va tutta la mia solidarietà umana, è l'ennesimo esempio di come, malgrado la Corte Costituzionale nel 2014 abbia cancellato le parti peggiori della Fini-Giovanardi, in Italia viga una legge di 25 anni fa di impianto strutturalmente proibizionista e punizionista.

Qualunque fosse il motivo per cui Dionisi avesse a casa la cannabis, e indipendentemente dal numero di piante che stesse coltivando, occorre che la triste notorietà di questo ennesimo attacco a scelte individuali che non hanno ripercussioni su altri - magari dettate da motivi di salute mentale - riapra il dibattito sulla necessità di depenalizzare totalmente la coltivazione e la detenzione personale a qualsiasi fine.

In attesa che il Parlamento riprenda l'iter per la legalizzazione della produzione, consumo e commercio della cannabis, i cittadini possono manifestare la loro contrarietà al proibizionismo firmando la legge d'iniziativa popolare lanciata dall'Associazione Luca Coscioni e Radicali Italiani e sostenuta da decine di associazioni. Qui tutte le informazioni.